 Pubblicato per la prima volta nel 2003 dalla Bompiani, il libro è un raffinato esercizio di semiotica applicata. Con un linguaggio brillante, ironico, colto ma mai pesante, Umberto Eco trasforma un tema apparentemente tecnico —la traduzione— in un viaggio affascinante dentro il linguaggio, la cultura e il modo in cui pensiamo. La cosa più sorprendente di questo libro è la sua attualità: nell’epoca dell’IA e dei traduttori automatici, Eco mostra con grande lucidità come tradurre non significhi sostituire parole con altre parole, ma interpretare contesti, sfumature, riferimenti culturali, ambiguità, intenzioni e persino silenzi. Tutto ciò, facendo emergere gli errori e i bias del traduttore umano, cioè la tendenza a “normalizzare” un testo, a proiettare inconsapevolmente la propria cultura, a non cogliere ironia e doppi sensi, a perdere ritmo o registri linguistici. Leggendo il libro viene spontaneo pensare agli stessi problemi che oggi riscontriamo negli algoritmi di traduzione e più in generale nel testo generato. Gli algoritmi possono interpretare troppo letteralmente un’espressione, scegliere il significato statisticamente più probabile ma semanticamente sbagliato, appiattire le differenze culturali, eliminare ambiguità che invece nel testo originale erano volute e introdurre inconsapevolmente bias linguistici o culturali. Eco racconta tutto questo con esempi concreti, spesso assai divertenti, tratti da romanzi, giochi di parole, traduzioni impossibili e casi reali vissuti in prima persona, senza mai scivolare nell’atteggiamento accademico. Si ha la sensazione di conversare con lui, che ama profondamente le lingue e vuole mostrarti quanto sia difficile “dire quasi la stessa cosa”. Una conversazione molto attuale con una morale finale: la neutralità assoluta nella traduzione, e non solo, non esiste. Si tratta di una idea molto attuale e ricorrente oggi nel dibattito sull’AI generativa, perché gli algoritmi replicano, amplificano e automatizzano dinamiche interpretative che Eco aveva già individuato nei traduttori umani più di vent’anni fa. Insomma, è una lettura illuminante sia per chi ama la letteratura sia per chi si occupa di tecnologia, comunicazione o intelligenza artificiale. Un libro colto ma accessibile, raffinato ma pieno di vita, che dimostra ancora una volta quanto Umberto Eco fosse avanti nel comprendere il rapporto tra linguaggio, interpretazione e tecnologia.
Umberto Eco, Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione, 1^ edizione: Bompiani, 2003, 392pp. – Edizione attuale: La nave di Teseo, 2024, 448pp. Recensito da LC il 20.10.2024 |